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Avventura e follia negli anni 70, una resoconto di come ci divertivamo ...
di Fabrizio Daini

Digito sul web “Antro del Corchia” e le prime informazioni sul motore di ricerca sono:

Il biglietto comprende il servizio di trasferimento in bus navetta dal paese di Levigliani all’ingresso delle grotte oltre al servizio di guida turistica…”.

Biglietto, come al cinema. E poi, se si decide di andare in una grotta dentro una montagna, perché non si può camminare per arrivarci?

Si propone anche visita notturna…”. Stupefacente. Controllo sul sito il costo del biglietto, e il bello è che costa anche di più rispetto all’orario “normale”.

Eppure in grotta è sempre buio. Il concetto di giorno e di notte scompare. Qual è il valore aggiunto nel visitarla di notte?

La visita turistica si snoda su circa 2000 metri di percorso attraverso una ampia passerella di acciaio che offre il massimo relax e la massima sicurezza al visitatore. Il livello corrisponde a quello di un trekking molto leggero e di breve durata”.

Non ho mai pensato di andare in grotta per cercare relax o fare trekking  “leggero” e le ampie passerelle di acciaio penso siano un affronto alle cattedrali di bellezza che la natura ci offre gratuitamente senza chiederci alcun biglietto.

Si accede all’antro attraverso un tunnel artificiale di 170 metri scavato appositamente per offrire un accesso alla grotta senza intaccare gli ingressi naturali.

Un’altra violenza alla montagna. Prima di tutto questo, salendo sopra al paese di Levigliani si prendeva la lunga strada sterrata aperta dalle ruspe dei cavatori di marmo fino ad uno spiazzo con un saggio di cava abbandonato, un enorme morso nel versante della montagna. Era una violenza anche quella, ma perforare la roccia per consentire ai turisti di fare un trekking “leggero” e poter entrare in grotta grazie ad un’ampia passerella di metallo è qualcosa che per me va ben  oltre.

La festa del vino ipogeo con degustazione davanti all’ingresso  dell’antro del Corchia con posa di bottiglie in grotta ad  affinare”.

Usare la regina delle grotte come cantina è  quantomeno poco rispettoso e direi fuori luogo, non siamo a  Pitigliano nelle cantine scavate da secoli nel tufo.

Meglio semmai  andare a farsi un gotto di vino garfagnino, se avete il fegato  giusto, al barrino di Levigliani dopo una bella camminata in  Apuane.

Tutto questo negli anni settanta non era neanche immaginabile. Avevo vent’anni, ero nel pieno dell’energia, della voglia  insaziabile di provare tutto.

La vita mi proponeva il mondo e  sembrava non mi bastasse mai il tempo per fare tutto.

Era il momento delle feste nei garage, al buio, con le lampadine  rosse rubate nei cantieri. Si ballava abbracciati ascoltando sia  Lucio Battisti che Elton John.

Ma erano anche i momenti delle fughe in montagna insieme a  compagni di avventura tra i più disparati per conquistare le prime  vette delle Apuane, ritrovandosi spesso in situazioni paradossali.
Come quella volta sul monte Tambura, una invernale di due  giorni con pernotto al piccolo rifugio Aronte sepolto nella neve e  insieme a noi c’era anche un ragazzo siciliano che la neve non  l’aveva vista mai.

Erano i tempi dei primi rudimentali e sgraziati approcci all’ arrampicata su roccia con attrezzature spesso improvvisate e di  fortuna.
Fino al giorno in cui un amico più grande di noi ci trovò per caso in una di queste folli scorribande su per la cresta del  Pisanino e pensò bene di avvertire i genitori delle nostre imprese.
Fu così che il mio babbo mi fece iscrivere al corso di roccia del Club Alpino Italiano (C.A.I.).

Avevamo anche sogni “tecnologici” come Radio Nevrosi, una radio privata di quartiere che funzionò per un paio di settimane con sede nel garage di Lele, la mente elettronica del gruppo. Il suo limitato segnale arrivava per tutto il quartiere fino al ponte della Vittoria. E poi il LAP, Laboratorio Astronomico Pisano, costruito dietro ad una porcilaia grazie alla disponibilità dei genitori del primo fidanzato di mia sorella.

Abitavo in via Landi in uno dei palazzi appena costruiti nella periferia nordorientale di Pisa, praticamente ancora in campagna, di fronte casa c’erano ancora campi di granturco che avrebbero poi lasciato il posto al complesso Concetto Marchesi. Quando si doveva andare in centro tra noi si diceva: “vado in città”, e questo modo di dire ci è rimasto ancora oggi. Nel palazzo accanto viveva il mio amico Cecio, compagno di avventure, anche lui secondogenito di una famiglia numerosa. Al piano sopra al suo abitavano due ragazzi non molto più grandi di noi ma che per il nostro modo di vedere invece erano “grandi”, perché vivevano insieme. Erano “grandi”, ma erano anche abbastanza fuori di testa da farci avvicinare interessati.

Lui spesso smontava e rimontava completamente un piccolo fuoristrada rosso che avrebbe dovuto essere rottamato da anni; ma si ostinava a pretendere di farlo funzionare. Trovammo subito affinità visto che anche noi spesso ci si trovava nel garage accanto al suo a smontare e rimontare la Lambretta di Marco, il fratello di Cecio.

Lei alta, longilinea, con i capelli lunghi, sorrideva sempre. Era troppo grande per noi, ma questo non era un buon motivo per non pensarla. Con il massimo rispetto però, visto che spesso anche lei  partiva assieme al suo compagno per la montagna e quindi per  noi era una tipa tosta.

Una domenica mattina li incrociammo mentre caricavano sul fuoristrada rosso corde, zaini, caschi, imbrachi ed altre attrezzature non ben definibili. Io e Cecio ci avvicinammo incuriositi da un grosso rotolo di scalette di corda e gli chiedemmo che cosa ci avrebbero fatto. Ovvio: gli speleologi. Si sarebbero calati giù per pozzi profondi nelle viscere della terra. Fantastico. Un brivido sotto pelle passò rapidamente fino alle viscere e finì per esplodere in una luce dentro agli occhi. Che voglia di partire! E lei, con il suo solito sorriso, fece una cosa che non ci saremmo mai aspettati: ci invitò con semplicità ad andare con loro in una grotta la domenica successiva con il gruppo di speleologia. Nonostante la nostra allergia ai gruppi costituiti accettammo subito con entusiasmo.

La nostra esperienza con il C.A.I. si stava deteriorando e loro erano tra i fondatori dell’allora giovane Gruppo Speleologico Pisano che ne faceva parte. Ma la proposta era troppo allettante e si decise subito di andare perché in programma c’era l’esplorazione di un tratto dell’Antro del Corchia, la regina delle grotte. Antro di interesse nazionale ed europeo con i suoi 27 Km di sviluppo sotterraneo allora conosciuti (oggi si dice siano più di 70). E poi l’ingresso da cui volevano entrare era la Buca del Serpente. Proprio quella dei racconti del Boba, il nostro capo scout.

Stava un’ottantina di metri sopra alla terza voltolina delle 23 che formavano il sentiero che porta al rifugio Del Freo alle pendici della Pania, sulle Alpi Apuane.

Passando da quel sentiero durante i nostri giri spesso si deviava dal tracciato risalendo il canalone solo per andare ad affacciarsi a quel buco e sentire l’aria che veniva fuori: fredda d’estate, calda d’inverno. Si fantasticava su spedizioni ed esplorazioni dentro quel misterioso e gigantesco labirinto che ai tempi ritenevamo impossibili. Adesso invece era arrivata  l’occasione per farlo davvero.

La domenica arrivammo in prima mattinata all’ingresso della grotta dopo aver lasciato il fuoristrada spompato a metà della strada sterrata delle cave sopra Levigliani, con i soliti sdegnati commenti di Lui e le risate di Lei ed aver poi continuato a piedi caricandoci tutta l’attrezzatura sulle spalle. Erano più grandi, ma eravamo entrati subito in sintonia. Per noi era normale perdere il treno, o forare con la Vespa, o trovarsi con una ruota sgonfia in bicicletta, ed era altrettanto normale prenderla a ridere.

I ragazzi del gruppo speleologico pisano ci avevano fornito l’attrezzatura necessaria per l’esplorazione. Era forse la prima volta che vivevamo un’avventura con la corretta attrezzatura professionale.

La cosa per noi più strabiliante era il casco da speleo dotato di un tubicino collegato ad un serbatoio da agganciare in vita con un moschettone all’imbraco. Il serbatoio, che sembrava una gavetta a due scomparti, conteneva nella parte inferiore il carburo sotto forma di piccoli sassi e in quella superiore l’acqua. Lo stillicidio dell’acqua, regolabile con una rotella, colando sul blocchetto di carburo sottostante forma l’acetilene, un gas infiammabile che viene convogliato dal tubicino al frontale in metallo a specchio posto sul casco.

Da lì con un innesco si accende la fiammella che riflessa dallo specchio illumina. Stupefacente. Un giorno raccontai questa meraviglia a cena in famiglia e scoprii dal mio babbo che i fanali delle biciclette, quando era ragazzo lui, funzionavano alla stessa maniera, con il carburo e l’acetilene. Saliti fino alla Buca del Serpente cominciò la vestizione e ci “bardammo” tutti . Intanto qualcuno dava le istruzioni necessarie.
Mi ricordo solo un paio di dritte:

Prima avvertenza: “occhio che quando si entra c’è sempre vento a causa della differenza di temperatura, e la fiamma si può spengere. Quindi o hai un accendino o devi avere qualcuno con la fiamma accesa vicino a te”. Ovviamente appena entrati la fiamma si spense e fu subito riaccesa con l’accendino.
Eravamo tutti fumatori.

Seconda avvertenza: “Nella strettoia non fatevi prendere dal panico, con calma prima infilate le gambe e poi vedrete che passerà tutto il corpo”. Noi già all’imbocco pensavamo di essere in una strettoia.

Ci guardammo perplessi, evidentemente non era così visto che dopo sembrava fosse molto peggio. Un po’ di ansia da prestazione mi prese anche se non era la prima volta che succedeva di infilarsi in buchi stretti.
Avevamo 15 anni e spesso si andava al convento abbandonato di Rupecava sopra a Molina. C’era sempre qualcuno che lanciava l’”ideona” della prova di coraggio, soprattutto se c’era qualcuno o peggio qualcuna che non c’era mai stato.

La cappellina del convento era parzialmente ricavata nel costone roccioso e su una parete scavata nella viva roccia erano presenti due fessure anguste collegate tra loro con un percorso ad U. Da una fessura si entrava e strisciando nel pertugio si usciva dall’altra. Anche se il percorso era lungo pochi metri, c’era un punto a metà dove ti ritrovavi totalmente al buio. La prova di coraggio ovviamente consisteva nell’infilarsi da una parte e uscire dall’altra senza portarsi una luce e senza farsi prendere dal panico. Se non lo facevi eri bollato come cagasotto e il tuo punteggio nel gruppo calava di brutto. Era dura la vita. Fu una bella emozione entrare in quel buco davanti al quale più di una volta ci eravamo affacciati, attratti dal mistero che emanava. E ora eravamo lì per entrarci davvero.

A pochi metri dall’ingresso iniziava un percorso obliquo che costringeva a stare quasi sdraiati in aderenza sulla roccia umida e che poi si chiudeva su quella strettoia della seconda avvertenza. Rispettai la sequenza consigliata: passare prima le gambe, poi il busto, e dopo un attimo di oppressione, la testa. Mi accorsi di sgusciare via facilmente. Ero passato! Ormai ero immerso nel buio totale, l’ingresso non era più visibile.

Il percorso cominciava a scendere. I ragazzi tirarono fuori dai loro sacchi a tubo impermeabili, corde, scalette e piastrine, spiegandoci che pochi metri sotto, là nel buio c’era un pozzo di circa 30 metri.
L’aria era carica di umidità. Il fiato emanava nuvolette di condensa, i suoni rimbombavano così come le risate e le battute più o meno oscene di noi ragazzi alle quali anche l’unica femmina non si sottraeva, anzi. Fu piacevole sentirsi a proprio agio con quei compagni appena conosciuti in quel contesto strano e misterioso. Entrammo subito in sintonia e l’ansia da prestazione passò.

Fu rapidamente attrezzata la discesa del pozzo ed uno alla volta ci calammo giù in corda doppia. In quell’occasione la nostra esperienza alpinistica ci aiutò molto. Fu srotolata anche la scaletta di corda (cavi d’acciaio e gradini in alluminio) utile per la risalita al ritorno.
Una volta sul fondo del pozzo, uno dei più corti, ci dissero, tra i tanti presenti lungo lo sviluppo conosciuto dell’antro, ci ritrovammo sulla sommità di un ampio canale che  roseguiva in forte discesa verso le viscere della montagna.

Il fondo era costituito dalla frantumazione delle rocce della volta, ed il canale era ampio. Alzando la testa spesso la volta rimaneva nascosta al di là del fascio di luce della lampada ad acetilene. Era una porzione di grotta ancora giovane e asciutta, ci spiegarono, e dunque priva delle  classiche concrezioni calcaree come stalattiti e stalagmiti.
Dopo aver percorso questo ampio canyon detritico arrivammo ad un laghetto sotterraneo lungo e stretto, dove ci apparve in modo inaspettato e surreale un canotto a fiori  che galleggiava immobile.
In realtà era una camera d’aria di una ruota di camion gonfiata e rivestita con un telo impermeabile, forse una tovaglia plastificata.

Io e Cecio ci scambiammo un cenno d’intesa riscontrando con piacere che anche questi speleologi super attrezzati e professionali ogni tanto si arrangiavano con mezzi di  fortuna, cosa che noi facevamo forse troppo spesso. La camera d’aria veniva utilizzata come traghetto per superare lo specchio d’acqua lungo una ventina di metri: legata ad una corda poteva esser recuperata da ambo le sponde. Geniale.
In alternativa si poteva tentare la traversata su roccia mettendo però in conto un bel tuffo fuori programma. Andammo tutti con il traghetto improvvisato. Dopo il laghetto, percorso un lungo e tortuoso cunicolo, lo scenario cambiò drasticamente aprendosi su camere enormi con infinite diramazioni. Apparvero alla luce dell’acetilene colonne di concrezioni ciclopiche delle più svariate sfumature e forme, un susseguirsi di meraviglie che ti riempivano di gioia ma anche di orgoglio per essere uno dei pochi a poterne
godere.

Il gruppo decise di fare una sosta. Ci fermammo in un ampio salone leggermente in discesa con la parete di fondo che sembrava un organo monumentale. La ragazza dal bel sorriso tirò fuori alcune candele che vennero accese e piazzate in alto su varie sporgenze della roccia. Adesso potevamo spengere le lampade per risparmiare il carburo. Mangiammo con grande soddisfazione i nostri panini. Il mio rigorosamente costituito da due grosse fette di pane e dalla frittata della mamma.
Bevemmo l’acqua raccolta da una cascatella che proveniva da uno dei mille buchi trasversali. Ma chi aveva mai avuto la possibilità di fare un picnic così esclusivo?
Durante la sosta partirono racconti di esplorazioni in cunicoli sconosciuti, scoperte di nuovi collegamenti, nuove sale, nuovi pozzi da scendere o risalire. Ci parlarono di uscite in grotta per più giorni con pernotti all’interno, di disavventure, di cadute, di uscite bloccate dall’acqua e di lunghe attese all’interno. Ci sentivamo sempre più anche noi speleologi.

Riprendemmo il cammino facendo un ampio giro tra quelle meraviglie formate dal perenne stillicidio delle acque, tra cunicoli, enormi sale, salti rocciosi e canyon, diramazioni e buchi oscuri a destra e a sinistra, sotto o sopra di noi. Un labirinto a tre dimensioni.
Alla fine con mia sorpresa ci trovammo di nuovo al punto di sosta nella sala dalle canne d’organo ma provenendo da un canale diverso da quello dell’andata. Avevamo fatto un giro senza rendermene conto.
Pensai in quel momento a quanto fosse facile perdere l’orientamento in quell’oscuro labirinto.

Da lì ritornammo facendo a ritroso il percorso dell’andata, attraversando di nuovo il laghetto e risalendo il canyon detritico ci ritrovammo ai piedi del pozzo che faticosamente fu risalito sulle scalette di corda.
Sembra facile salire su una scala di corda ma garantisco che senza un po’ di tecnica risulta un’attività veramente faticosa. Per me e Cecio era la prima volta e la cosa fu fatta con ben poca eleganza, tra motteggi, fischi e lazzi degli “esperti”.
Riattraversammo poi la strettoia in salita e mentre strisciavamo nel cunicolo verso l’uscita, apparve all’improvviso un tenue chiarore sulle pareti della grotta, ben diverso dalla luce giallastra delle nostre lampade ad acetilene. Eravamo fuori. Fu una bella sensazione e riconosco che fu anche liberatoria. La grotta non è proprio un ambiente naturale per l’uomo e uscirne fuori dopo diverse ore di permanenza mi dette una bella sensazione fisica, la sentii sulla pelle.
Bella storia, ma era finita. E ora mi godevo in pieno la luce del sole.

Tornammo a casa entusiasti e grati a quel gruppo di ragazzi che ci aveva donato un’esperienza unica e l’opportunità di affacciarci ad un mondo sconosciuto. Fu una domenica molto particolare.
L’esperienza doveva assolutamente essere condivisa con il resto della banda il pomeriggio successivo al “Muro del Pianto”. Così avevamo battezzato il muretto di recinzione di un condominio da poco costruito in Via Landi all’angolo con la piazzetta Bartolo da Sassoferrato. Era uno dei pochi su cui non avevano messo la solita inferriata di recinzione e dunque perfetto per stare seduti.

Era il nostro punto di ritrovo del pomeriggio, dopo le ore dedicate allo studio.
In alternativa al “Muro del pianto” dall’altro lato della strada era stato individuato e battezzato “l’Angolo dei Marziani” all’angolo tra via Landi e Via Pacioli, più panoramico e più aperto, ma più scomodo per la seduta. In questo caso infatti il muretto era sormontato da un’inferriata e dietro c’era una fitta siepe d’alloro che ti costringeva a sedere di traverso appoggiando una chiappa sola. Per questo motivo di solito ci si incontrava all’Angolo dei Marziani se eravamo con i motorini e le vespe, così si poteva stare seduti sulla sella.

Non sapevamo come la banda di amici avrebbe reagito al nostro racconto. In quel momento sia io che Cecio eravamo finiti tra gli ultimi posti nella classifica dei “ganzi” all’interno del gruppo di quartiere, vuoi perché ai tempi non si “beccava” un granché, in senso di ragazze, vuoi perché avevamo “marinato” la festa nel garage di Lele per ben due domeniche di fila: una per scappare ad arrampicare alla palestra di roccia di Vecchiano e l’altra per affrontare in invernale la parete direttissima sulla Roccandagia.

Dopo un freddo pernotto nelle capanne dei pastori di Campocatino, al mattino, dopo aver arrampicato per due tiri di corda, ci eravamo ritrovati attaccati alla parete in modo veramente precario a pregare sotto una nutrita scarica di pietre e a fare subito dopo una precipitosa e poco gloriosa ritirata strategica.

Invece quel pomeriggio ci stettero a sentire.
Mentre raccontavamo la nostra avventura, gli altri ascoltavano curiosi e stupiti anche se si percepiva nell’aria una velata critica per essere andati praticamente con delle guide. Essere guidati a quel tempo era una scelta con accezione fortemente negativa, ma alla fine convenirono che era servito almeno ad aprirci la strada in un mondo altrimenti sconosciuto. Fummo bravi perché riuscimmo a trasferire il nostro entusiasmo e a descrivere il meglio di quell’esperienza unica. Tutti, o quasi, vollero avere l’opportunità di provare anche loro. Scartata l’opzione di contattare nuovamente il gruppo speleologico passammo in modalità “fai da te” con la seguente  rogrammazione.
Per muoversi in grotta: io e Cecio avremmo messo a disposizione la nostra modesta attrezzatura da roccia e le nostre competenze alpinistiche.
Ci dicevamo: “La roccia è roccia, fuori sulle montagne o dentro nelle grotte, dovrebbe essere uguale. O quasi. Forse… “.

La luce: nessuno sapeva dove procurarsi le lampade ad acetilene ovviamente, quindi passammo alle torce elettriche a pile. Uno di noi aveva addirittura una lampada frontale, il massimo della tecnologia. L’idea delle candele della ragazza che ride ci sembrò buona. “Portiamole e poi basterà prevedere un ricambio in più di batterie” fu la decisione del gruppo.

I caschi: qui la cosa si fece seria e molto dibattuta. Il massimo che si riuscì a recuperare fu:

  • Il mio casco da carabiniere motociclista in cuoio comprato al mercatino americano di Livorno con banda azzurra fosforescente, per il quale poi fui soprannominato “il Santo”.
  • Un casco rosso da sci comprato a Cecio dal suo babbo dieci anni prima quando tutta la famiglia andava a sciare a Cogne e lui era ancora un bambino. Adesso il cranio era aumentato e 12 stava sulle nostre teste come un cupolotto, ma concordammo che bastava legarlo bene con il laccio del sottogola;
  • Un casco da operaio giallo, modello Italsider;
  • Due passamontagna di lana, ma con il pompon che attutisce gli urti.

L’abbigliamento: ovviamente le tute impermeabili arancioni da speleologia furono sostituite in modo fantasioso e personalizzato: dalla mia tenuta alpinistica primi novecento con pantalone alla zuava di velluto a coste larghe di babbo, con placca in cuoio cucita da mamma per limitare l’attrito della corda quando si scendeva in corda doppia, da svariate tipologie di tute da meccanico grazie al babbo di Lele che aveva una officina, dalla tuta da ginnastica e maglione di lana con sciarpa di Francesco, perché in grotta c’è umido e si può prendere il mal di gola.

Alla fine della riunione al “Muro del Pianto” la mozione fu approvata all’unanimità: si decise per andare la domenica successiva: “Piova o tiri vento, noi si va”.

E quel momento fu segnato da un buon auspicio, almeno secondo noi: il passaggio a fine pomeriggio di “Ariafresh” sulla sua bicicletta Graziella. Ariafresh era una donna piacente che passava spesso da Via Landi in bicicletta portando sempre ampie gonne svolazzanti che lasciavano libere e areate le belle gambe che pedalavano decise.

Prima di sciogliere la riunione però Cecio segnalò la difficoltà della discesa del pozzo da 30metri. In effetti solo noi due conoscevamo le manovre per la discesa in corda doppia. Ma a vent’anni non esistono problemi insormontabili. “Che problema c’è: proviamo prima no?” “e dove?” “Ma dietro, da Fabrizio.”

“Dietro” in gergo voleva dire che ci saremmo visti nel garage di casa mia che babbo, vista la numerosa famiglia di cinque figli, aveva riadattato a studio per me. Aveva fatto costruire una scala a chiocciola che portava alla mia camera condivisa con il mio fratello Dino.
Dunque gli amici potevano venire a trovarmi senza dover suonare e passare da casa ma giravano semplicemente sul retro del condominio e mi trovavano. “Dietro da Fabrizio” era diventato dunque un comodo posto per ritrovarsi quando fuori pioveva o era troppo freddo per stare al Muro del Pianto.

E il giorno dopo ci trovammo alle sei del pomeriggio “dietro” da me. Era inverno ed era già buio. Legammo la corda al palo della scala a chiocciola in camera mia e la facemmo passare dalla finestra calandola di sotto. Poi uno alla volta i miei compagni di avventura impararono a calarsi in corda doppia passando dalla finestra, o almeno in quel momento tutti così volevamo credere.

Fu veramente imbarazzante il giorno dopo quando tornai da scuola e la mia mamma raccontò che la signora Bachini del V piano, a cui non sfuggiva mai niente, gli aveva chiesto se in nottata erano entrati i ladri in casa. E alla risposta sorpresa di mamma per quella strana domanda, l’aveva portata sul retro del condominio e con soddisfazione malcelata gli aveva fatto notare le impronte di scarpe sulla parete esterna proprio sotto la finestra di camera mia. Ero condannato senza possibilità di appello. Non ricordo proprio cosa mi inventai, anche perché la verità stessa sarebbe stata poco credibile.

Domenica, come stabilito, anche se la giornata non prometteva granché, si partì al motto “la fortuna aiuta gli audaci” e “i tipi tosti non guardano il tempo”. Non esisteva il sito “meteo.it”. E poi si andava in grotta, al coperto. Che cosa importava, anche se avesse piovuto saremmo stati al riparo.

Via con la Seicento di Marco e la Prinz del babbo di Francesco.

Con i nostri potenti mezzi riuscimmo ad arrivare a Levigliani e poi ancora su fino in cima percorrendo la strada sterrata delle cave fino all’attacco del sentiero. Proprio lì dove anni dopo avrebbero fatto un buco, un grosso buco nella montagna fino ad intercettare le gallerie dell’antro per permettere ai turisti, prelevati in paese con un bus navetta, di accedere comodamente e senza sforzo alla grotta. Per noi invece quelli erano ancora i tempi in cui si poteva percorrere la strada di cava con mezzi propri.

L’unico rischio da mettere in conto era che qualche sasso rompesse la marmitta o che qualche cavatore potesse chiudere la sbarra posta all’inizio della strada perché gli girava male. Non correva buon sangue tra chi conosceva quelle montagne da sempre e si guadagnava il pane cavandoci marmo e gli stranieri in gita innamorati di quelle  montagne così tanto da volerne fare un parco nazionale.

Se ti trovavi dalla parte sbagliata della sbarra dovevi scendere fino all’unico bar di Levigliani, al cui interno dominava una stupenda gigantografia che rappresentava una lizzatura con decine di cavatori, corde e buoi che trascinavano un enorme blocco di marmo. Dentro individuavi subito il gruppo di cavatori che giocavano a carte e bevevano l’aspro vino rosso garfagnino. A quel punto dovevi supplicarli un po’ per fargli riaprire la sbarra e dopo qualche sonora bestemmia e qualche predicozzo sulla gioventù debosciata di città, generalmente riaprivano il lucchetto.

Era un’umida e fredda mattinata di autunno quando scendemmo dalle macchine alla base del sentiero delle 23 svoltoline che portava al passo dell’Alpino. Questa la formazione degli esploratori:
Cecio, mio consolidato compagno di arrampicata e di avventure, e Marco, suo fratello maggiore, mio coetaneo, ai tempi uno dei leader del gruppo di via Landi.

Abitavano nel palazzo accanto al mio. Le nostre mamme erano diventate amiche e frequentavano insieme il gruppo del Convento di Santa Croce in Fossabanda.

Avevamo in comune due sorelle minori coetanee e amiche, e due fratellini più piccoli, coetanei e amici. Strani parallelismi che hanno legato per un lungo, lunghissimo tempo le nostre vite tanto da farmi considerare la loro famiglia, un’estensione della mia.

Francesco detto Frank. Avevo nove anni la prima volta che ci siamo incontrati, il quartiere era ancora in costruzione. Ero in bicicletta a fare i primi giri esplorativi della zona e Francesco insieme a Marco erano in piedi su un mucchio di terra in un cantiere edile in quella che poi è diventata la Piazza Bartolo da Sassoferrato. Mi videro e presero subito in mano due zolle di terra. Mi chiesero chi ero e da dove venivo. Quando dissi che mi ero trasferito in Via Landi fui subito arruolato. E poi amici per una vita.

Angelo, figlio di un fabbro, che aveva il suo laboratorio in Via delle Belle Torri nel centro storico di Pisa dove erano ancora presenti e in piena attività, fabbriche, artigiani, mercati e botteghe. Angelo non volle seguire le orme del padre e dopo la scuola iniziò a fare il magazziniere da un grossista di prodotti farmaceutici. Era l’unico del gruppo che lavorava già. Dopo qualche anno riuscì insieme al fratello a metter su una pizzeria che continua ancora oggi a gestire assieme ai suoi figli.

Lele, figlio di un meccanico dal quale aveva preso la padronanza nello smontare e rimontare i motori e la capacità di saper utilizzare tutti gli utensili dell’officina. Era l’inventore, l’Archimede Pitagorico di Via Landi. Fu lui a costruire con saldatore e cacciavite le apparecchiature dell’emittente di Radio Nevrosi, breve ma intensa storia on the air del nostro gruppo. E fu sempre lui a coinvolgermi nella fondazione del gruppo astronomico pisano.

Paolo, new entry non prevista, era il cugino più grande di alcuni anni di Marco e Cecio. Conosciuto da tempo in quanto anche lui inserito nell’ambiente scout ma non faceva parte del gruppo stretto di quartiere. Fu quello tra tutti che venne meglio attrezzato con caschetto da roccia, frontalino e giacca a vento, ai tempi non così diffusa.
Dopo la vestizione e dopo aver preso l’attrezzatura, chiudemmo le macchine e ci guardammo carichi. Ci sentivamo come eroi in partenza per le azioni più ardite, niente e nessuno ci avrebbe potuto fermare. Ci schierammo in formazione e Marco ci immortalò con una foto storica.
Riguardando ora la foto mi viene un sorriso di tenerezza nel vedere quella sconclusionata armata Brancaleone, vestita e attrezzata in quel modo a dir poco fantasioso ma  comunque così determinata.

Fu eseguito il consueto rito della sigaretta e ovviamente dello svuotamento delle vesciche, mai perdere l’occasione per marcare il territorio. Poi su per il sentiero e poi, alla seconda svoltolina su per il canalone per arrivare all’imbocco. Io e Cecio eravamo i più esperti per esserci stati già una volta e quindi ci sentivamo le guide di quella giornata. Facemmo alla nostra maniera le stesse raccomandazioni che avevano fatto a noi gli speleologi veri.

“Occhio alle torce, avete cambiato le batterie prima di venire?, avete comprato i ricambi?” Le risposte non furono così omogenee e convinte.

“Occhio alla strettoia che troveremo tra poco, mi raccomando ricordatevi Rupecava, prima le gambe e poi il corpo, sennò vi incastrate”.

“ Strettoie? Rupecava?... di questo non ne avete parlato al muro del pianto, e se poi soffro di claustrofobia?, io non lo so mica…” disse Angelo, più grande di noi di qualche anno, ma il meno abituato alle nostre avventure improvvisate anche se non per questo meno incosciente. Infatti come al solito ci seguì senza problemi.

Fuori l’aria era fredda ed un vento teso portava giù dai canaloni della Pania nuvole grigie e minacciose. Ma eravamo tranquilli, tanto anche se pioveva noi saremmo entrati in grotta, al coperto.

Entrammo per quella spaccatura nel ventre della montagna dalla quale arrivava una piacevole brezza tiepida. Appena entrati, accese le torce, ci mettemmo in fila carponi strisciando giù per l’umido pendio obliquo nella spaccatura che scendeva nel buio profondo della montagna. Iniziarono le prime zuccate contro la roccia, urla e risate che rimbombavano. L’adrenalina in tutti noi saliva e il timore per quello che ci aspettava veniva tenuto a bada dalla spavalderia dei vent’anni.

“ Com’è Frank… il passamontagna col pompon tiene? …ammortizza?”

“ Ma vaffa…pensa piuttosto al tuo casco da santo, se ti illumino ti viene l’aureola”.

Scesi giù per primo nel cunicolo e l’aureola del “Santo” (la banda fosforescente del casco da carabiniere) conduceva e rassicurava gli altri. Almeno così speravo.

Mi pareva strano che questa volta fossimo io e Cecio a guidare la banda. Sentivo che ci guardavano, ci chiedevano. Eravamo stati tacitamente nominati gli esperti. Da una parte ne ero orgoglioso, dall’altra cominciavo a preoccuparmi che tutto andasse bene. Ma bastava uno sguardo di intesa con Cecio e mi tranquillizzavo.

Finché c’era lui io ero sereno, ne avevamo passate troppe assieme.

Arrivati alla strettoia il gruppo si compattò. Ci ammucchiammo ridendo, spintonandoci e poi uno alla volta ci infilammo nella strettoia. Tutti passando più o meno agevolmente ma senza problemi e senza troppa ansia claustrofobica, a parte Marco che rimase incastrato con il suo casco da operaio italsider. Senza perdere la sua flemma slacciò il sottogola togliendolo e poi passando solo con la mano lo recuperò inclinato per farlo passare dal buco. Resilienza.

La prima prova l’avevamo superata tutti, le nostre prove del coraggio al convento di Rupecava erano servite. Pacche sulle spalle, cameratismo, va tutto bene. Anche Angelo aveva preso coraggio con il passaggio senza problemi nella strettoia e si sentiva un po’ più speleologo anche lui. Mi potevo rilassare anche io.

L’umidità a questo punto era diventata più intensa, faceva appannare gli occhiali di Angelo e bagnare il culo un po’ a tutti.

Le tute da meccanico e i miei pantaloni alla zuava non erano proprio il massimo, ma tutto andava bene lo stesso.

Continuammo la discesa per un canale sinuoso e un po’ più umidi e fangosi arrivammo ai primi salti di roccia che annunciavano l’imbocco del pozzo. Marco e Francesco mi chiedevano informazioni: quanto è profondo, come scendiamo, chi scende per primo. Anche Paolo, il più grande tra tutti, mi chiedeva di
ricordargli il passaggio della corda attorno al corpo per la discesa in corda doppia. Eccola di nuovo quella strana sensazione. Mi sentivo investito di un’autorità che generalmente nel quartiere non mi era mai stata attribuita.

A parte quando Lele mi chiese di disegnare il profilo di una donna nuda su un cartone che doveva servire all’allestimento del suo garage per una festa.

Quel giorno io e Cecio avemmo la prima prova tangibile che alpinismo e speleologia non erano proprio la stessa cosa e avevano bisogno di attrezzature un po’ diverse. Per fissare le corde all’imbocco trovammo solo dei tasselli di chiodi a pressione infilati nella roccia. Questo raramente era utilizzato in alpinismo e noi ovviamente non avevamo gli occhielli da avvitare. Sfruttammo allora massi incastrati e buchi nella roccia per passare due cordini e riuscimmo con un paio di moschettoni a fissare la corda e doppiarla. Una volta “rifatta su”, cioè fatta una matassa, lanciammo i due capi giù nel buio del pozzo.

Avevamo attrezzato il punto di discesa più in basso possibile, proprio sul ciglio del salto perché se era vero che il pozzo era profondo 30 metri come ci avevano detto gli speleologi, e noi avevamo una corda da 40metri che messa in doppia diventava di 20metri, in fondo al pozzo avremmo potuto avere brutte sorprese.

Ovviamente tutti questi pensieri non furono chiaramente esplicitati al gruppo. Non potevamo perdere la veste di esperti in questo modo. Si decise che era meglio che scendesse uno di noi due.
Scese per primo Cecio e per un po’ continuammo a vedere la sua luce che si allontanava piano piano. Continuavamo a parlarci con la voce che rimbombava tra le rocce. Poi la luce scomparve dietro un’ansa del pozzo e rimase solo il chiarore della torcia sulle pareti. Ci eravamo detti che se la corda non fosse bastata sarebbe risalito sulla corda stessa. Questo però avrebbe significato la fine della nostra esplorazione. Dopo un tempo che mi sembrò veramente molto, molto lungo, si sentì debolmente, ma chiara la voce di Cecio che urlava: ”…e un sono 30metri…venite, venite giù”. E iniziò la discesa in corda doppia per tutti. Quasi nessuno ovviamente si ricordava le lezioni prese in camera mia, cioè come passare la corda attorno al corpo per la discesa. Pazientemente, controllai uno per uno. Prima Marco che scese senza problemi, lui riusciva sempre ad adattarsi a tutto.

Scomparve dietro l’ansa del pozzo e poco dopo si sentirono dal fondo delle risate e poi un tonfo. Subito a ruota scese Paolo che avendo già avuto un po’ di esperienza  alpinistica in montagna mi chiese solo conferma sulla correttezza dei passaggi della corda attorno al corpo e poi scese giù tranquillo.

Francesco all’inizio stava un po’ rigido sulle gambe ma ascoltando diligentemente i miei consigli ci prese così gusto che a un certo punto prese anche un po’ troppa velocità e l’attrito della corda gli bruciò la coscia. Affrontò l’ultimo pezzo con più calma e poi scomparve alla mia vista. Poi, dopo un lungo silenzio, un urlo: “libera..!!”

Lele si calò con la torcia in bocca penzolando e sbatacchiando qua e là con la sua tuta da meccanico, ghignando sotto i suoi lunghi baffi e dopo la curva, il silenzio. In lontananza si sentì poi un bestemmione. Poi un urlo. La corda si agitò e cominciai a preoccuparmi ma sentii poi grandi risate e la corda lasca.

“Tutto bene?” E dal fondo del pozzo la voce di Cecio che diceva “manda, manda giù…”

Era il turno di Angelo, che come una vittima sacrificale si fece mettere la corda attorno al corpo guardando indietro nel buio profondo del pozzo. “Punta i piedi, cala la corda e mettiti con le gambe rigide ortogonale alla parete” ”Ma come sarebbe oltogonale…?” Angelo parlava un po’ come un cinese, con questo buffo modo di scambiare spesso la R con la L. Ridendo risposi: “Tieni i piedi fermi, le gambe rigide, cala la corda così scendi con il sedere, così ti trovi ortogonale, perpendicolare alla parete di roccia”. Ma lui invece si rannicchiava tutto e piegava le ginocchia. “no… così i piedi mi scivolano”,”no …ma la corda non scolle bene…”.
Era meglio eliminare questa discesa in corda doppia e cosi’ lo legai in vita e lo calai piano piano, mentre lui si teneva alla corda.

Rimasto solo, recuperata la corda, scesi velocemente in corda doppia con i miei fantastici pantaloni alla zuava con la pezza di cuoio sul culo per diminuire l’attrito sulla coscia. Dopo la svolta, quando arrivai a scendere il secondo tratto del pozzo, vidi cinque luci che mi puntavano. Continuai a scendere, e solo all’ultimo vidi che mancavano un buon paio di metri di corda per arrivare al fondo. I bastardi non mi avevano detto niente.“Ma pork….!...ma non mi dite nulla?...grazie eh…”. Tutti a sghignazzare.
Umorismo da maschi direbbe mia moglie. Mi slegai e saltai giù.

Vabbe’ il pozzo non sarà stato di tranta metri ma ventisette, ventotto metri tutti.
Con le torce puntate per vederci in faccia ridevamo un po’ isterici ma soddisfatti per aver superato la prima grossa difficoltà.

Dovevamo continuare l’esplorazione e la corda andava lasciata lì, penzoloni nel pozzo, indispensabile per il ritorno. Però mi dispiaceva lasciarla, mi venivano brutti pensieri. Se qualcuno passava dopo di noi e recuperava quella corda, noi non saremo riusciti mai più a risalire quel pozzo. Ma poi mi dicevo: “Ma chi vuoi che venga qua, non siamo mica in Corso Italia… e poi perché dovrebbe prendere quella vecchia corda”. Ed una vocina dentro di me però diceva.“Ma come perché, voi due dove l’avete trovata quella vecchia corda?”

Già. Eravamo alla palestra di roccia di Vecchiano. Dicono fosse una vecchia cava romana incastonata nelle balze di uliveti e su quei bastioni rocciosi i primi scalatori avevano aperto alcune vie di arrampicata che presentavano un ampio ventaglio di possibilità, dalle vie per i principianti fino a gradi molto impegnativi. Avevano cioè piantato i chiodi per la sicurezza lungo percorsi prestabiliti, dando una numerazione e in alcuni casi anche un nome alle vie così segnate di vario grado, difficoltà e lunghezza. Fu da sempre chiamata palestra, anche se è ovviamente un posto all’aperto, in quanto le “vie” che si decideva di arrampicare erano già chiodate e dunque potevano essere percorse con relativa sicurezza. Era una delle prime volte che io e Cecio andavamo da soli a Vecchiano. La prima volta ci avevano portato Pietro e l’Argentini, due ragazzi più grandi di noi che frequentavano anche loro il gruppo degli scout e che ci avevano passato le prime nozioni di arrampicata e soprattutto la passione.

Ai tempi avevamo un’attrezzatura veramente minimale: uno spezzone di corda da venti metri vecchissima e logora, cinque moschettoni di ferro e altrettanti cordini. Mi ricordo che quel giorno mentre salivamo verso la parte ovest dell’anfiteatro avevamo incontrato un gruppo di paracadutisti della Folgore che erano venuti ad esercitarsi come ogni tanto facevano. Quando arrivavano loro era una pacchia. Infatti spesso attrezzavano prove di sosta o di discesa piantando chiodi in parete che quasi mai poi recuperavano.

Ai fini dell’arrampicata spesso i chiodi venivano lasciati in posti inutili per la sicurezza e allora più di una volta avevamo recuperato quei chiodi in più, dato che le vie di arrampicata non ne avevano bisogno, ma noi invece si.

Quel giorno eravamo stati ad arrampicare su uno spigolo di roccia molto bello e aereo, anche se abbastanza facile, in una zona periferica dell’anfiteatro principale che costituisce la palestra. La via è chiamata “Groviera” a causa della tipologia della roccia con i suoi molti buchi.

Era tardo pomeriggio e quando scendemmo i paracadutisti se ne erano già andati via tutti. Il sentiero per tornare ai motorini, lasciati al ciglio della strada, passava sotto un enorme pilastro di roccia gialla strapiombante che ai tempi si poteva scalare solo in artificiale, cioè con scalette di corda.

Oggi si arrampica in libera con gradi di difficoltà superiori al 6a. Scendevamo da quel sentiero di terra rossa nel silenzio del tardo pomeriggio allegri, vociando e commentando le nostra gesta, quando avvenne l’incontro con la corda. Abbandonata proprio al centro della radura alla base del pilastro giallo, ai piedi di una “via” detta “dei fachiri” stava lì, in attesa di noi. Eravamo passati di lì  ll’andata e di sicuro non c’era.

Era di un bellissimo colore azzurro, anche se devo dire un azzurro un po’ sbiadito. La corda era molto vecchia e scolorita dall’uso e dai raggi del sole. Ma in confronto al nostro spezzone era una magnifica corda. “Che fare? di chi sarà? E’ vecchia, magari i parà che hanno sempre un sacco di materiale l’avranno abbandonata qua.
Magari invece se la sono dimenticata. Ma se la lasciamo qui e passa qualcun altro se la prende lui, e invece l’abbiamo vista prima noi, e insomma a noi ci serve…”Per farla breve, la prendemmo, la infilammo nello zaino e la portammo a casa. Mi ricordo che la portammo nel bagno di casa mia e la lavammo nella vasca con cura, quasi con amore. Con calma la controllammo palmo a palmo e riscontrammo solo una sfilacciatura a tre quattro metri da un’estremità.

La misurammo, era una corda da dieci mm lunga quaranta metri. Il doppio del nostro modesto spezzone, roba professionale in confronto. E quella per noi fu la molla che ci permise di fare il balzo, anche se incosciente, e andare a mettersi in gioco sulle vie di arrampicata fuori, non a Vecchiano ma sui monti quelli veri, in Apuane.

Adesso in grotta quella vocina antipatica mi ricordava che una corda abbandonata sì, anche se vecchia e scolorita, effettivamente poteva esser presa da qualcuno che passava di lì.
Ma la vocina fu subito messa a tacere e con un ultimo sguardo a quella corda penzoloni, per noi unica via per il ritorno, il gruppo carico di entusiasmo riprese l’esplorazione e cominciammo a scendere giù per il lungo canalone con il fondo detritico.

La truppa rumoreggiava, scivolava sui ghiaioni, si urlava l’un l’altro e le voci rimbombavano in quell’ambiente chiuso sotto terra ma ampio e sconfinato. Ci prendevamo continuamente in giro ma era un modo per farci coraggio ad andare giù, sempre più giù, ignorando le varie diramazioni ed i buchi oscuri che sempre più spesso si aprivano dalle parti. Senza gli speleo che ci guidavano la volta precedente, io un po’ di paura di perdere la strada ce l’avevo, ma il canale principale era evidente e per il momento non avevamo dubbi, anche se si sentiva, si percepiva il peso della montagna sopra di noi ed il buio totale tutto attorno.

Dopo un lungo tratto in forte pendenza arrivammo in una zona dove, in modo improvviso,la pendenza diminuì per poi annullarsi del tutto, mentre l’umidità nell’aria aumentò di colpo e si cominciò a sentire tutto intorno a noi il rumore dello stillicidio dell’acqua che percolava con continuità dall’alto. Apparvero sempre più frequenti pozze sul fondo piene di acqua immobile così cristallina da risultare invisibile. Ti accorgevi della sua presenza solo quando ci mettevi dentro un piede e lo scarpone faceva splash e così ti prendevi le inevitabili prese in giro di tutti gli altri.

Il cunicolo cominciò a stringersi e la volta diventò sempre più regolare fino a diventare quasi un semicerchio, segno dell’erosione dell’acqua. A un certo punto la torcia di Marco illuminò la camera d’aria con il telo fiorito galleggiare solitaria nel mezzo del laghetto sotterraneo. Felici di aver ritrovato un punto di riferimento conosciuto che confermava che fino a quel momento eravamo sulla strada giusta, io e Cecio spiegammo alla truppa le modalità di attraversamento: sul traghetto improvvisato oppure in traversata sulla roccia.

La novità fu che esplorando meglio la parete sulla sinistra Cecio vide un cordino legato a una clessidra di calcare, comodo appiglio per salire su un terrazzino che sembrava potesse esser utile all’attraversata .
Tutte le torce furono puntate su di lui e a quel punto, a poco più di un metro sopra, apparve visibile una corda fissa che percorreva tutta la sponda sinistra del laghetto. Con l’aiuto della corda fissa lasciata da qualche gruppo speleo, la traversata diventava facile senza rischi di tuffi non voluti. Prima Cecio, poi Marco e Lele traversarono quasi senza difficoltà. Francesco volle provare l’esperienza del canotto, e così anche Angelo e Paolo, dopo aver recuperato ogni volta la camera d’aria con la corda a cui era legata. Io non potevo esimermi dalla traversata su roccia e così feci.

Dopo il laghetto lo scenario cambiò radicalmente. Se prima la discesa per il canalone era sembrata quasi monotona, adesso era impressionante la diversità che la natura ci proponeva. Un canale circolare scavato in tempi geologici dalla potenza delle acque si aprì in una sequela di enormi sale che le nostre misere torce a pila non potevano certo illuminare in pieno, passando poi a vere e proprie cattedrali decorate da stalattiti, colate di calcare coperte da veli d’acqua, sfumature cromatiche infinite passando da un
bianco latte a varie tonalità di grigio e ocra che sfumavano in infinite gradazioni di rosa su pozze di acqua contornate da merletti calcarei. Eravamo stupefatti. I miei compagni ma anche io e Cecio come se fosse la prima volta.

Mi ricordavo della sosta che avevamo fatto la volta precedente e decidemmo di fermarci scoprendo così che erano già quattro ore che eravamo dentro. Avevamo portato anche noi le candele, ma prima di accenderle, spengemmo le nostre torce per assaporare il buio assoluto, la mancanza totale di luce. Rimanemmo in silenzio per qualche secondo assorti e inglobati in quel mondo ostile all’uomo, ma meraviglioso. Cullati solo dal rumore dello stillicidio delle gocce d’acqua, instancabili fattrici di quei ricami di calcare.

Il tutto fu brutalmente interrotto da un sonoro peto del poetico Marco accompagnato da grasse risate di tutti. Furono accese le candele e si dette il via all’insolito picnic. Panini buoni ma un po’ umidi. I nostri zainetti non erano certo impermeabili come le sacche degli speleologi veri.
Un po’ di ansia cominciava a salirmi, non tanto per le ore passate sotto terra, ma perché sentivo la pressione, la responsabilità di averci portato altre persone in questo posto.
Sentivo il peso di essere guida, leader mentre solitamente fuori da qui, in città, a scuola e nel quartiere preferivo essere un gregario, uno dei tanti nel branco, non certo un leader.

Prendendo la via del ritorno mi ricordai che da quel momento in poi il percorso poteva diventare insidioso a causa delle numerose deviazione e biforcazioni. Sapevo che avremmo dovuto fare un anello e che era importante mantenerci sul tracciato principale senza deviare. Mi ricordavo le parole degli speleologi che parlavano dei 27km di grotta conosciuta ma che c’era ancora tanto da scoprire.

Man mano che si procedeva mi confrontavo con Cecio, taciturno ma sereno. Spesso bastava uno sguardo tra di noi per condividere la scelta e andare avanti. E’ sempre stato il bello del mio amico essere di poche parole, tranquillo anche nelle situazioni più estreme, sereno e sempre disponibile ad aiutare.

Anche in quel frangente si continuò ad andare avanti godendoci la meraviglia che ci era concessa finché arrivati ad una svolta secca, risalendo un enorme masso, vidi proprio lì in mezzo una bella fettuccia verde, un cordino a sezione schiacciata. Sembrava messa lì nel mezzo come segnale. “Che bella” pensai “uguale a quello che ho io, chissà chi l’ha persa. Strano. Questo è materiale da alpinisti non da speleologi. Sicuro che me la prendo, così ne ho due.” Tutto contento mi arrampicai sul roccione per prenderla e mi girai per attaccarla dietro all’imbraco. La mia bella fettuccia verde non c’era più attaccata all’imbraco. In testa il mio neurone fece un lampo consegnandomi rapidamente la soluzione: la fettuccia che avevo in mano era la mia che avevo perso all’inizio del giro dopo la pausa pranzo. Questa era una bella notizia: avevamo completato il giro. Pensai che era bene tenerlo per me.

In un angolino della mia coscienza la vocina antipatica stava sussurrando che mi stavo perdendo e che per puro culo mi ero ritrovato a chiudere il cerchio. Ma subito quella voce fu ricacciata indietro. Niente di più falso, tutto sotto controllo.

Comunque, dopo il ritrovamento della fettuccia verde, millantando tranquillità e padronanza della situazione, comunicai alla truppa che avevamo chiuso il cerchio e che eravamo tornati al punto di sosta dove avevamo mangiato. Si tornava indietro verso il laghetto, il pozzo e l’uscita.

Riattraversato il laghetto, alcuni sul traghetto fiorito e altri in traversata sulla corda fissa, cominciammo la lunga e faticosa risalita su per il canalone detritico. Alcune lampade cominciavano a ingiallire, le batterie si stavano esaurendo serviva il cambio delle pile.

Dopo una lunga mezzora di faticosa salita, ormai abituati al silenzio totale della grotta cominciammo a sentire qualcosa di diverso, un suono sordo e continuo, come un rombo lontano. Uno scroscio, sì uno scroscio.

Arrivati ai piedi del pozzo ci trovammo di fronte ad una situazione completamente diversa da quella dell’andata. Il pozzo, che alla discesa aveva le pareti appena un po’ umide, adesso si era trasformato in una vera e propria cascata d’acqua che cadeva giù e rimbalzava sul fondo formando un pulviscolo, una nebbiolina che rifletteva e scomponeva la luce delle nostre torce formando improbabili arcobaleni sotterranei. La corda al centro del flusso d’acqua oscillava rassegnata in balia dello scroscio.

Lo spettacolo sarebbe stato anche suggestivo e imponente se non fosse che eravamo dalla parte sbagliata. Noi eravamo sotto la cascata e l’uscita era sopra.

Mai farsi prendere dal panico. Negli occhi di tutti la stessa domanda: e ora che si fa? Per tutto il tempo Cecio ed io ci eravamo presi la soddisfazione di veder risalire il nostro punteggio nella classifica dei ganzi, ma in quel momento sentimmo il peso e la responsabilità di essere leader.

Tutti ci guardavano, alcuni con fiducia, altri spaventati, altri ancora con un po’ di rimprovero negli occhi. L’importante era scomporre i problemi, metterli uno dietro all’altro.

Primo problema: la fine della corda doppia è a circa 2metri sopra di noi. All’andata avevamo riso per lo scherzetto di non avvertire quello che veniva dopo, ma ora la cosa si faceva seria. Vabbè, chi arrampica? Il Santo si propose. Basta salire su in spaccata tra le due pareti del pozzo dal lato più asciutto, si fa per dire, e una volta saliti quei tre o quattro metri afferrare di lato la corda e portarla fuori dal getto diretto dell’acqua.

Poi avvolgere un cordino sulla corda passandolo in modo che possa scorrere verso l’alto ma non verso il basso (prusik) e attaccarsi al cordino passando un moschettone sull’imbraco, organizzare un secondo prusik più in basso per i piedi e poi salire su, direttamente sulla corda. Semplice. E cosi feci. Chiesi a tutti di puntare le torce per farmi luce e appena sotto la parete, anche se quello non era un punto direttamente investito dalla cascata, mi ritrovai bagnato fino alle ossa con il mio maglioncino di lana e il pantalone alla zuava. Pazienza. Avere vent’anni sicuramente fu d’aiuto.

Mancai la presa con i piedi più volte sulla roccia viscida, ma riuscii a superare quei maledetti tre metri e ad afferrare la corda. Riuscii anche a passare il cordino e a fare il nodo corretto, pur non essendo mai stato un grande teorico dei nodi, e passato velocemente il moschettone mi legai all’imbraco. Mi trovai così appeso alla corda. A quel punto era la corda che comandava e mi riportò crudelmente sotto lo scroscio diretto del getto d’acqua che arrivava dopo un salto di 25 metri. Ma tanto avevo il casco da santo che mi proteggeva! Passai in basso sulla corda il secondo cordino e nell’asola infilai il piede. Caricando il piede scaricavo il bacino, così potevo tirare in alto il cordino dell’imbraco.

Sedendomi sull’imbraco scaricavo il piede e potevo tirare su il cordino basso. E così procedendo sulla corda con l’andatura del verme, faticosamente e lentamente arrivai fino in cima spronato dalle urla dei compagni e dal frastuono dell’acqua.
A quel punto riuscii a uscire dal getto diretto dell’acqua che si incanalava con forza nel vuoto e mi  sistemai un po’ meglio tra le rocce scoprendo che la mia torcia, vuoi per le pile scariche, vuoi per l’umidità era ormai ridotta ad una flebile luce giallognola. Calma, primo problema risolto.

Secondo problema, come li tiriamo fuori gli altri? Per Cecio ero tranquillo, non avrebbe avuto problemi a fare quello che avevo appena fatto io. Gli altri no, non ce la potevano fare da soli.

Andavano recuperati in sicurezza. Urlai come un ossesso e anche gli altri urlavano e anche l’acqua urlava. Era un gran casino e nessuno capiva nulla Allora tirai un capo della corda in modo che scendesse piano piano fino in fondo al pozzo e sperai che Cecio, in nome del nostro affiatamento e di tutte le avventure che avevamo condiviso capisse cosa volevo fare.

E lui capì. Per un po’ non sentii più le urla sovrapposte degli altri ma solo il rumore dell’acqua che scrosciava sopra e sotto di me. Provai a recuperare ma la corda non si muoveva. Aspettai con fiducia. Poi sentii un urlo, forte, deciso : “Recuperaaaa!!”

Qualche metro e poi corda tesa, poi lasca, bene qualcuno sta salendo. lo tengo ben teso e quando supera l’ansa guardi in basso e vedo il volto un po’ spaventato di Angelo, con la tuta fradicia ed il frontalino sul casco con la sua lucina asfittica. Lo rincuoro come posso, e lui risponde con un “…ma te sei matto…” e allora io rido. Lo tengo stretto, cerco di aiutarlo e sostenerlo con la corda.

Povero Angelo non aveva mai arrampicato prima e faceva del suo meglio per arrivare su. Appena fu alla mia portata lo feci spostare sopra di me, lontano dal baratro, anche se non proprio all’asciutto. A braccia recuperai la corda e la rimandai giù. Meno male che la forza dell’acqua aiutava la corda a srotolarsi correttamente e la incanalava giù verso la base.

Ripetemmo la manovra, prima con Lele che arrivò con il suo ghigno e i baffi gocciolanti incoraggiandosi con un bestemmione, poi una volta in salvo esordì con: “Me lo dovevi dire prima, così non ci venivo e rimanevo in piazzetta che lì c’è da fa del bene…”e non era per niente contento. Anche se in Via Landi era uno tosto, lì in quel momento non lo era per niente. Anzi stava per cedere. E allora cercai di alleggerire: “Ma dai siamo o non siamo tipi tosti? “ e lo dicevo mentre tremavo come una vetta dal freddo, freddo che ormai mi era entrato nelle ossa.

A seguire salì Paolo, quello grande, che però non aveva nessuna voglia di scherzare, anzi. E quando gli urlai nel frastuono che uno scout sorride e canta anche nelle difficoltà, non prese la battuta ma la buttò sul senso di responsabilità rinfacciandomi che questa volta avevo esagerato.

E poi arrivò su Marco calmo e tranquillo, sotto l’acqua scrosciante ed io non ce la facevo più con le braccia che mi tremavano per lo sforzo e per il freddo, e appena arrivato ci disse: “Ma che ci stiamo a fare tutti qui in quest’umidore, intanto noi andiamo fuori” E si portò via gli altri verso l’uscita.

Lui fece la cosa giusta, ma io mi ritrovai di nuovo da solo, al buio, a rifare la corda e a rilanciarla giù.

Poi venne su Francesco con il suo passamontagna con la papalina e la sciarpa grondanti d’acqua, e mi venne da ridere, un riso irrefrenabile e isterico mentre sentivo l’acqua che colava dietro la schiena. Ma lui non condivideva molto la mia ilarità e la sua faccia trasmetteva preoccupazione.

Per ultimo salì Cecio, sciolto nell’arrampicata, tranquillo e sorridente come al solito con la sua torcia tenuta tra i denti.“ Ma chi ci ammazza a noi?” pensai.

E poi non mi ricordo più niente se non che ad un certo punto mi ritrovai di nuovo solo, e non ricordo onestamente perché. Cecio non mi avrebbe mai lasciato da solo, lo so. Forse aveva pensato che era bene portare fuori Francesco. Ma io ero solo e ormai anche al buio.

Cocciutamente, recuperai per la sesta volta la corda bagnata e pesante, mi costrinsi a rifarla su per tutta la sua lunghezza di 40 metri, stringendo i denti per il dolore alle braccia, dure come legno, ma sarebbe stato impossibile trascinarla per le strettoie senza averla riammatassata correttamente. Recuperai anche tutto il materiale, cordini, moschettoni.

Terzo problema: ora come uscire così al buio con corda, cordini, moschettoni, il mio zaino, tremando come una vetta e con le braccia sfatte? Niente panico. I primi due problemi erano stati risolti, avrei risolto anche questo. Misterioso potere dei vent’anni.

Oggi dopo più di quaranta anni confesso che in quel momento per un attimo ho avuto paura di non farcela anche se sapevo che se non uscivo fuori qualcuno sarebbe  sicuramente tornato indietro per aiutarmi. Così cominciai a risalire strisciando verso l’uscita.

Ricordo ancora la superficie viscida e fangosa e la fatica di fare spesso un passo indietro per districare la corda che si impigliava continuamente nelle asperità della roccia. E il freddo che si insinuava quando allungavo le braccia nello stretto cunicolo, e l’acqua che prendeva la via preferenziale dalle maniche della camicia, giù fino alle ascelle e sul petto, fino alla pancia e all’inguine.

Non so come, ma arrivai finalmente alla strettoia. Lo capii dalle botte del mio casco sulla roccia e continuai testardamente finché non trovai il buco giusto e feci passare prima la corda. Non ce l’avrei fatta più a tornare indietro se si fosse incastrata dopo che il mio corpo fosse passato. Poi, come una biscia, passai anche io, controcorrente. Lì la forza dell’acqua che si insinuava nel buco era veramente forte.

Pochi metri dopo la meraviglia: una flebile luce bianca che faceva brillare d’argento le asperità della volta bagnata sopra di me.
Ero vicino all’uscita, ce l’avevo fatta. Ripresi forza e poco dopo la luce illuminò tutto e fu accecante come un pomeriggio d’agosto sulla spiaggia di Marina di Pisa anche se in realtà il cielo era cupo e nuvoloso. Non pioveva più ma dal canalone sovrastante veniva giù un vivace e copioso torrentello che si incanalava preciso nell’ingresso della grotta.

Sbucai stremato da quel buco fradicio trascinandomi dietro la corda che era diventata una pesante e disordinata matassa che si avviluppava alle mie braccia e alle mie gambe formando un unico agglomerato con lo zaino, i cordini e i moschettoni.

C’erano Cecio e Frank, entrambi in mutande e canottiera, che stavano coscienziosamente strizzando gli abiti. Dopo tutta l’umidità della grotta lì fuori sembrava ci fosse un’aria diversa, più asciutta e gradevole pur essendo una serata di autunno in montagna. Sotto un salto di roccia più in basso c’era Angelo, forse ancora un po’ sotto shock, che ripeteva.”che culo ce l’abbiamo fatta, siamo fuori, che culo ce l’abbiamo fatta, mai più, mai più”. Ancora più sotto vidi Marco, Paolo e Lele che si cambiavano.

Li guardai tutti uno ad uno. Forse avrei desiderato un’accoglienza diversa, e pensai, ma non urlai, anche se avrei voluto: “Ma una mano no? Ma proprio nessuno mi dà una mano?

Ma porc…” Ero ancora mezzo dentro e mezzo fuori dal buco quando venne Cecio, saltellando scalzo da un pietrone all’alto in mutande, con il sorriso sulle labbra dicendo:“Beh però è stato forte, vero?...” Ed io che volevo rinfacciare a tutti il fatto di essere stato mollato là dentro da solo, al buio, dopo aver tirato su tutti dal pozzo, rimanendo fermo a morire dal freddo, e aver rifatto da solo la corda al buio, e aver raccolto tutto il materiale, e aver trovato la strettoia a forza di capocciate non riuscii a dire niente altro che: “Beh si dai… effettivamente è stato forte!”.

Ci guardammo, i capelli bagnati e le guance rigate di fango … e cominciammo a ridere sapendo che l’avremmo rifatto ancora.

E infatti così è stato. Sempre facendo lo stesso percorso io e Cecio, ma cambiando qualche compagnio d’avventura, mentre tornavamo verso il laghetto sentimmo rumori di passi e un serrato parlottio sommesso. Dietro l’angolo dell’ampio cunicolo vedemmo un diffuso chiarore, stava arrivando qualcuno.

Incontrare gente dopo ormai cinque, sei ore in questo enorme antro ci sembrava veramente strano e inaspettato. Pochi istanti dopo ci apparvero due veri e attrezzatissimi speleologi “professional”, con tute impermeabili arancioni, casco con acetilene, zaini tubolari e tutta l’attrezzatura.

L’incontro sicuramente inaspettato fu particolare anche perché a sorprendersi di più, furono loro quando ci videro. Chissà, forse non ci reputarono proprio dei colleghi. Effettivamente a colpo d’occhio non dovevamo apparire proprio esperti speleo con i nostri maglioncini, le tute da meccanico, il mio casco da santo, il passamontagna con il pompon.

“Allora è vostra la corda al primo pozzo! Ci chiedevamo chi fosse ad aver calato una corda da roccia in grotta” La corda da roccia è elastica per ammortizzare le eventuali cadute, mentre quella da speleologia è statica, cioè non si allunga ed è molto meglio quando devi risalire un pozzo.

A noi non sembrava una cosa così grave.

E poi cominciarono a chiedere chi eravamo, se ci eravamo perduti, perché non ci eravamo ancora iscritti al gruppo speleo di Pisa, se eravamo matti ad andare da soli, se sapevamo che quella grotta aveva 27Km di sviluppo conosciuto e centinaia di metri di pozzi. Alla fine poi ci chiesero se potevano scattare una foto di gruppo e noi ci schierammo di fronte ad un bel gruppo di stalattiti. Ci salutammo infine e dopo aver subito ulteriori raccomandazioni e consigli, ognuno andò per la propria strada.

Meglio non descrivere i nostri istintivi gesti e i garbati commenti appena voltato l’angolo del cunicolo.

Anni dopo alcuni amici mi regalarono un libro dedicato all’Antro del Corchia intitolato “La Montagna Vuota”, scritto da un famoso speleologo. A metà del libro trovai con  sorpresa pubblicata la foto del nostro sconclusionato gruppo.



La cosa però poco divertente fu leggere la didascalia sopra la foto che riporto fedelmente:

…stavo guadagnando l’uscita della grotta con Riccardo dopo una delle nostre scorribande, quando la nostra attenzione venne richiamata da un vociare allarmato. Incuriositi, cercammo nelle vicine gallerie fino a trovare i cinque amici che, a giudicare dall’abbigliamento, non dovevano essere proprio speleologi consumati. Infatti si erano persi. Stavano girando in tondo a circa un chilometro dall’uscita più vicina e i loro occhi si erano illuminati alla nostra vista. Dopo le informazioni del caso ci siamo salutati e mai più rivisti

Siamo così inconsapevolmente finiti nella storia della speleologia anche se non proprio con i giusti meriti.
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